martedì 19 aprile 2016

Villa Curtoni Tretti - Cortalta

Arriva la bella stagione e il Brigante Falasco ricomincia a conquistare ciò che c'è di bello, nascosto e poco conosciuto a Verona. Non che in inverno sia rimasto con le mani in mano, di cose da raccontare ne ha parecchie! Questa volta il Brigante si è avventurato ai confini della provincia di Verona, nella bassa, a pochi metri dalla provincia di Mantova, in località Cortalta: l'obiettivo è nientepopodimeno che una villa, Villa Curtoni Tretti, chiamata "Cortalta".
La villa si trova in aperta campagna, solo poche case, un'azienda agricola e chilometri di campi la circondano, la sua imponente struttura si può avvistare ed apprezzare da lontano, immersa nel silenzio e nella quiete che solo queste zone sanno regalare. Nonostante un grande cancello ottocentesco che blocca l'entrata ed un un fossato pieno d'acqua che circonda la proprietà (il fosso Rabbioso), entrare nei confini della villa è un gioco da ragazzi per il Brigante Falasco. La villa si affaccia su un grande prato - aia, dal quale si può apprezzare appieno il meraviglioso fronte meridionale dell'edificio, lungo ben 140 metri. Nella sua estensione si possono notare la casa padronale al centro, di due piani (più soffitta), le due barchesse ai lati, con colonne ed archi eleganti, sormontate da visi scolpiti che sembrano osservarti dall'alto, mentre due torrioni chiudono la villa. L'edificio, originariamente cinquecentesco, pare essere stato restaurato tra il 700 e l'800, ed è appartenuto alla famiglia Curtoni per più due secoli, ereditata dai Pantini all'inizio del XVII, per poi essere ceduto di nobile in nobile per i successivi decenni.
Sotto il colonnato sono presenti ancora degli attrezzi agricoli e nei cassetti dei mobili abbandonati, sotto strati di polvere, si trovano anche delle vecchie cartoline in stile anni 60: all'inizio di quel decennio, infatti, a Cortalta dimorava ancora una novantina di persone, quindi potete immaginare quanto possano essere estese l'edificio e la proprietà.
L'interno della casa padronale è un paradiso per gli amanti dei luoghi abbandonati. Il salotto d'entrata è accogliente, quasi "vivibile", sembra sia stato lasciato così come è stato abbandonato molti anni fa: sul tavolino centrale poggiano ancora dei libri aperti, una bottiglia di vino e un posacenere, mentre intorno ad esso sono disposte ordinatamente quattro sedie. Di fronte al caminetto ci sono due poltrone e un libro aperto su un leggio, alle pareti sono ancora appesi dei quadri, mentre la tappezzeria risulta più cadente: inoltre sono presenti molti libri, soprattutto riguardanti l'agricoltura, ed un magnifico passeggino. Sembra che il tempo si sia fermato e che la casa stia aspettando ancora il ritorno dei padroni. Proseguendo tra la polvere delle altre stanze si trovano trofei ed uccelli impagliati, mobiletti e qualche lampadario, il soffitto è parzialmente crollato ma è possibile salire fino alla soffitta, usata per il deposito di damigiane di vino.
All'esterno della villa si può passeggiare tra altri edifici abbandonati, le stalle, la bottega del fabbro e del falegname, la casa del castaldo ecc… Un vero peccato che sia tutto lasciato alla malora, un patrimonio così dovrebbe essere stato valorizzato anni fa, prima che il tempo e l'incuria rovinassero in parte l'edificio.
Se il Brigante Falasco fosse anche conte, questa villa passerebbe a lui di diritto, ma purtroppo bisogna sottomettersi alle leggi nobiliari. Nel caso ci fosse una gentil e bella donzella li fuori, dalla famiglia nobile, che volesse un avventuroso incontro galante con il Brigante Falasco, si faccia avanti! Ne potrebbe ricavare anche una buona parte della Villa Curtoni Tretti!


Il Brigante Falasco ha tratto le informazioni storico - artistiche da questo sito:

http://www.comune.trevenzuolo.vr.it/dettagli.aspx?c=1&sc=63&id=32&tbl=contenuti



Il fronte meridionale della villa


Il salotto interno


Minacciosi uccelli impagliati


La soffitta con le damigiane


La stalla


La villa vista dalle stalle

mercoledì 30 dicembre 2015

Ex Cementificio di Tregnago

Il Brigante Falasco torna ad infestare le pagine web con preziosissime informazioni su luoghi strani, insoliti ed abbandonati dopo essere scomparso per un po' di tempo. Intanto, non è mica rimasto con le mani in mano! Si è informato, documentato, ha conquistato e visto con i propri occhi cose che voi umani non potreste nemmeno nominare!
Tra le varie conquiste, il Nostro e la sua banda hanno fatto una visitina all'ex Cementificio di Tregnago. La vecchia fabbrica è posizionata in bella vista a fianco della circonvallazione di Tregnago che porta a nord, verso Badia Calavena, è impossibile non vedere gli alti forni dell'edificio. Entrare è ancora più facile, nonostante una rete metallica che ne delimita la proprietà: la fabbrica è un po' fatiscente, ma non ci dovrebbero essere troppi rischi ad entrare. L'edificio è grande, a tratti si nota la struttura scheletrica di alcune parti che hanno risentito più di altre il passare degli anni, mentre altre risultano ben conservate. Una scala a chiocciola posizionata all'esterno porta verso il tetto, sul quale poggia un'ulteriore scala che il Brigante Falasco saggiamente non affronta, il tetto pare troppo fragile, mentre ben più sicuri sembrano i piccoli passaggi sottostanti, dei portali ad arcata che introducono il Brigante e la sua banda nell'edificio abbandonato. Il pavimento delle prime camere è coperto di detriti, probabilmente materiale per la fabbricazione del cemento, e dopo averle attraversate si arriva ad un cortile centrale dal quale si possono notare uno dei forni più alti, una specie di mulino ad acqua in legno e gli altri portali che fanno entrare nell'ala est. Gironzolando qua e là, il Brigante, con il suo occhio di falco, scorge una targa che indica la data dell'inizio dei lavori di costruzione del cementificio, 5 febbraio 1922. Tra tunnel oscuri, gettate di cemento solidificato e scale pericolanti, ce n'è da esplorare, e l'intera banda saltella curiosa da un lato all'altro dell'edificio. L'intera area non è però abbandonata, una sezione del cementificio nel 2012 è stata rinnovata ed ora ospita una palestra, un auditorium ed una scuola. Certo, quella è la parte meno interessante del complesso, però è giusto che strutture così vengano riutilizzate per il bene comune, senza però dimenticare ciò che rappresentavano in passato: un altoforno, ristrutturato anch'esso, sembra essere lì per ricordarcelo.
Il cementificio è stato voluto negli anni 20 dall'Amministrazione Comunale di Tregnago per rilanciare l'economia locale, basata fino a quel momento sull'agricoltura. L'azienda Italcementi, che voleva inizialmente costruire il cementificio a Caldiero per una migliore posizione logistica, ha infine scelto Tregnago per la sua vicinanza al Monte Tomelon, dal quale avrebbe estratto la materia prima, per l'esenzione alle tasse che il comune gli offriva e per la costruzione di un'acquedotto che portava da Giazza l'acqua necessaria per la lavorazione del cemento e di una tranvia che collegava con Verona. Il cementificio è arrivato ad avere 10 forni verticali che fabbricavano calce idraulica e 3 forni rotanti per il cemento portland, che hanno fornito il materiale per costruire, tra gli altri, il ponte tra Mestre e Venezia. Purtroppo, negli anni sessanta è cominciato il declino e nel 1973 il cementificio ha smesso di funzionare.
I forni verticali del cementificio, che dominano l'intero paese di Tregnago, ci ricordano 40 anni di storia del paese, peccato che questo sito di archeologia industriale sia poco conosciuto! Ma il Brigante Falasco è qui per rimediare a questo…

Il Brigante Falasco si è informato prima di scrivere! Dove?
http://www.comune.tregnago.vr.it/web/tregnago/vivere/vivere-interna?p_p_id=ALFRESCO_MYPORTAL_CONTENT_PROXY_WAR_myportalportlet_INSTANCE_nc6A&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&p_p_mode=view&template=/regioneveneto/myportal/html-generico-detail&uuid=165260cd-9d3d-4874-bc17-748977fffb58&contentArea=_Tregnago_vivere-interna_Body1_
https://it.wikipedia.org/wiki/Tregnago
http://www.linthout.it/italcementi.html



L'ingresso al cementificio


Il Brigante Falasco si diverte a giocare a nascondino...


La ciminiera più alta


 Il cortile interno


I tunnel oscuri del cementificio

martedì 1 dicembre 2015

Chiesa Vecchia di Breonio

Al Brigante Falasco piacciono l'aria fresca dei Lessini, gli estesi prati sui quali pascolano placidamente le mucche e i caratteristici paesini di pietra delle "sue" montagne, ed è in uno di questi, Breonio, che la sua attenzione si posa su un edificio abbandonato e purtroppo dimenticato da molti.
Si tratta della chiesa settecentesca di Breonio, dedicata a San Marziale, isolata rispetto al resto del paese, posizionata vicino alla strada che scende verso Molina. Non è difficile trovarla, il suo campanile svetta ancora con eleganza, ancora più in su degli alti pini che la circondano. Gironzolando per Breonio ci si può chiedere perché siano presenti ben tre chiese in un paesino di 246 abitanti, una antica in stile romanico, situata in zona centrale, questa chiesa, abbandonata da decenni, ed una più nuova, costruita intorno agli anni Sessanta. Popolo estremamente religioso? Forse sì, ma le vicende che hanno portato Breonio a possedere tre chiese non sono strettamente legate alla religiosità dei suoi abitanti.
Nel 1753 gli abitanti di Breonio richiesero al governo di Venezia di poter restaurare la vecchia chiesa romanica, ma ciò non venne loro concesso; venne invece rilasciata una licenza per poter costruire una nuova chiesa. Fu lo stesso parroco che donò un suo terreno per il nuovo edificio religioso, oltre a finanziare in parte il progetto, i lavori cominciarono nel 1778 e terminarono nel 1825, dopo molti parroci e varie vicissitudini. Oltre alla chiesa, vennero costruiti anche la casa canonica ed il cimitero. Purtroppo, dopo pochi anni dalla sua costruzione, la chiesa presentava già delle crepe, che si allargarono dopo il terremoto del 1882: inevitabile, nel 1890, la decisione delle autorità di chiudere a tempo indeterminato l'edificio. All'inizio del Novecento il popolo e il nuovo parroco si diedero da fare per rendere nuovamente agibile la chiesa, riuscendovi, ma col passare del tempo le crepe ripresero a farsi vedere nelle pareti, fino a che, nel 1952, quando la parrocchia era guidata da Don Dalla Valentina, fu chiusa definitivamente secondo un'ordinanza del Genio Civile. C'è chi dice però che l'abbandono della vecchia chiesa fu voluta soprattutto dal parroco, che insisteva nella costruzione di un nuovo tempio, che fu infine costruito e denominato "San Marziale in Santa Maria Regina". La vecchia chiesa fu addirittura demolita a colpi di dinamite, ma la chiesa non dev'essere stata poi così fragile, visto che tutt'oggi si possono ammirare i resti di ciò che non è stato devastato dall'esplosivo.
I paramenti sacri sono stati trasferiti nella nuova chiesa ed ora quello che rimane dell'edificio sono l'alto campanile, il frontone e l'abside, mentre al posto della navata c'è un praticello sul quale sono nati dei pini, sotto la quale ombra il Brigante Falsasco si è riposato. La sensazione di essere al contempo su un prato e dentro ad una chiesa è bizzarra, se si guarda in alto, sdraiati sull'erba, in direzione dell'abside, si possono addirittura notare alcuni resti di affreschi. A fianco pare intatta invece la grande casa canonica, anzi, sembra anche ben curata, con il prato tagliato all'inglese. Dietro la chiesa è presente anche il cimitero antico, con interessanti tombe dell'Ottocento.
Il sito è affascinante ed è un vero peccato che la chiesa sia stata demolita con la dinamite. Il Brigante Falasco ci ritorna sempre con piacere ed invita tutti ad avvicinarsi a questo pezzo di storia abbandonato, se non altro per godere della bella natura che circonda Breonio e per fare una bella camminata su per i monti!


Il Brigante Falasco ne sa un botto eh! Ma anche lui deve informarsi per bene su ciò che vede, per esempio qui:

http://luigi-pellini.blogspot.it/2010/01/la-chiesa-distrutta.html
http://prolocobreonio.beepworld.it/sanmarziale700.htm
http://www.beweb.chiesacattolica.it/edificios/edificio/17338/Chiesa+di+San+Marziale+in+Santa+Maria+Regina

 Il pino prima o poi raggiungerà il campanile...



La vegetazione vince!


 In effetti, neanche il Brigante Falasco avrebbe detto più di due Ave Maria in una chiesa con delle crepe così...


 La canonica, che non sembra del tutto abbandonata...


Chiesa Vecchia in salsa seppia

martedì 17 novembre 2015

Lazzaretto

Seguendo il serpentoso corso dell'Adige, poco dopo aver sorpassato il centro città, si entra nel parco dell'Adige Sud, e cosa si trova nascosto dietro la boscaglia, stretto nell'ansa del fiume? Uno dei monumenti meno conosciuti di Verona, nonostante la sua importanza storica. Stiamo parlando del Lazzaretto, uno degli angoli di Verona preferiti dal Brigante Falasco!
Un lazzaretto? "Ma va!", diranno alcuni, "Che è?", diranno altri… Ebbene, il Brigante Falasco è qui per raccontarvi qualcosa di ciò che è rimasto di questo angolo nascosto di Verona. La città, quando era ancora sotto la dominazione veneziana, si rese conto che non aveva spazi adeguati sufficienti per coloro che si ammalavano di malattie contagiose, quindi, seguendo l'esempio di Venezia prima e di Milano poi, cominciò a progettare la costruzione di un lazzaretto per i malati. Come location venne scelta la zona di San Pancrazio, trovandosi dopo la città, in una zona isolata e protetta da un'ansa dell'Adige e i lavori cominciarono nel 1549, per finire nel 1628. Ottant'anni! Beh, ci si metteva tanto a costruire, come adesso! Chissà, magari l'amministrazione comunale avrà avuto dei problemi di riciclaggio con i soldi provenienti dall'ospedale di Tomba, grazie ai quali si poté finanziare il progetto. Tra l'altro, secondo il Vasari, grande artista del tempo, l'architetto del lazzaretto fu il mitico Michele Sammicheli, grande idolo del Brigante Falasco, mica pizza e fichi, anche se alcuni dicono che il progetto sia di Giangiacomo Sanguinetto: mah… guardando bene il tempio al centro dell'edificio tutto riconduce a Sammicheli, non ricorda mica la chiesa di Madonna di Campagna?!?
Del magnifico edificio ormai non rimane molto, purtroppo la sfortuna ha perseguitato il povero lazzaretto. Appena due anni dopo la sua costruzione scoppiò la peste a Verona, portata dai soldati tedeschi, quindi cominciò ad essere usato in maniera massiccia, basti pensare che in quegli anni su 54000 abitanti morirono circa 33000 veronesi a causa della peste. Il lazzaretto poteva ospitare fino a 5000 malati, gli altri dovettero essere chiusi in casa e i morti gettati nell'Adige. L'edificio era diviso in quattro reparti, che separavano i malati secondo la gravità della loro malattia, erano presenti più di 150 stanze e il complesso era circondato da mura ed arcate, con quattro portoni d'ingresso e delle torri ai vertici: in mezzo stava il tempio, sorretto da colonne, dal quale si celebrava la messa, che poteva essere ascoltata da tutti grazie ad all'ottima acustica della struttura. Poi, verso la fine del '700, venne utilizzato come deposito di esplosivi, per riprendere il suo fine sanitario per curare soldati francesi ed austriaci, quindi venne ritrasformato in deposito di munizioni fino alla seconda guerra mondiale. I tedeschi lo vollero far saltare, ma non ci riuscirono: il lato orientale dell'edificio fu raso al suolo dai fascisti, che per entrare nel lazzaretto scaricarono raffiche di mitra sulle porte, dando fuoco agli esplosivi. Il lato occidentale invece fu distrutto da un'esplosione causata inavvertitamente da dei curiosi che gironzolavano nell'area del lazzaretto nel 1945, provocando la morte anche di una trentina di persone.
Quindi, cosa si presenta oggi agli occhi del Brigante Falasco? Innanzitutto, una grande sorpresa. Per anni quest'area è stata abbandonata a se stessa, dove spaccio e quant'altro non erano rari, ma adesso sono in corso grandi opere di recupero grazie al FAI, che ha preso in gestione la zona. Il territorio è stato ripulito dalla vegetazione infestante, il che ora ci permette di osservare ciò che è rimasto delle arcate esterne del lazzaretto, che correvano lungo tutto il perimetro della struttura e che ora spuntano solo qua e la, in condizioni abbastanza critiche. Sembra di essere in un'area archeologica degna di Indiana Jones, in alcuni tratti si nota persino la pavimentazione delle celle, mentre cumuli di pietre dell'Adige stanno ad indicare che era con loro che si era edificato il lazzaretto. Il settore che più risalta nella struttura è il tempio, elegante, dalla pianta circolare, sorretto da una doppia fila di colonne: la cupola non esiste più, ma ora dal centro del tempio si può osservare il cielo, quasi come se ci si trovasse nel Pantheon romano.
Il Brigante Falasco ama il lazzaretto ed è contento che, dopo anni di cure da parte dell'Associazione Pro Loco Lazzaretto e false promesse da parte del Comune (doveva diventare un parco, addirittura collegato con la Bosco Buri attraverso una passerella sull'Adige), ora il FAI si stia occupando del suo restauro! Speriamo quindi che questo angolo della Verona Nascosta si faccia meno nascosto e sempre più conosciuto dai veronesi e non, la storia della città passa anche da qui! Tra l'altro, è una bella zona per una bella corsetta, una pedalata, un pic nic o una rappresentazione teatrale estiva…


Le informazioni sul lazzaretto? Il Brigante Falasco le ha lette sul pannello informativo posizionato al di fuori del monumento e anche su questo sito:
http://lazzarettovr.jimdo.com/storia-del-lazzaretto-deutsch-und-englisch-version/


Le mura perimetrali del lazzaretto, coperte dalla vegetazione fino a poco tempo fa


 Il tempio centrale e uno dei muri divisori delle quattro sezioni del lazzaretto


Anche noi c'avemo er Pantheon!


L'eleganza...


Degno di un tempio greco o romano

giovedì 12 novembre 2015

Forte Santa Caterina

Il Brigante Falasco, emozionato dopo aver partecipato ad un interessantissimo evento a Porta Palio sulla mappatura dei forti asburgici intorno a Verona, con mappa alla mano si è deciso di conquistarne qualcuno che manca alla sua lunga lista. Per cominciare, però, si è dedicato alla riconquista di un forte che conosceva già bene, il forte Santa Caterina, in zona Pestrino.
La zona va decisamente a genio al Brigante Falasco, insomma, c'è la campagna, la città è vicina, c'è il lazzaretto, l'Adige… e il forte di Santa Caterina! Il nome attribuito nel 1852 dagli austriaci era Werk Hess, ma visto che gli italiani sono duri con le lingue, si è ripiegato con un più semplice Santa Caterina, visto che li vicino sorgeva un capitello dedicato alla santa senese. La posizione del forte era delle migliori, su un terrazzamento che dominava la campagna circostante, aveva le spalle coperte dall'Adige, formava il caposaldo finale della linea del Campo trincerato e tra i forti a destra dell'Adige era il più importante, fungendo da cardine dell'intera linea fortificata. Era, inoltre, il più grande dei forti veronesi e, si dice, un grandissimo esempio di architettura militare, costruito su progetto di Franz Von Scholl.
Conquistarlo non è difficile, basta arrivare alla caserma Santa Caterina, abbandonata anche quella, ed il forte è di dietro, tra l'Adige e la caserma… poi, per trovare un buco nella recinzione non è assolutamente un problema. Con un'occhiata al forte, si nota subito che nel corso degli ultimi cento anni non se l'è passata bene, di quello che era ormai non è rimasto molto. Prima, con la deviazione del corso dell'Adige si è eliminato il vicino Canale delle Teghe, con la conseguente perdita di una grande porzione della piazza d'armi trincerata, poi il nuovo Canale Marazza, derivante dalla diga (costruita li vicino), è passato in zone di competenza del forte; durante le guerre è stato usato come campo scuola per l'addestramento dei minatori, che lì si sono esercitati demolendo parte del forte, quindi è stato utilizzato come magazzino militare nel dopoguerra ed infine come pista da motocross. Poveretto, ne ha viste di tutti i colori! Comunque, quello che rimane è interessante ed affascinante.
Unici frequentatori abituali del forte sono i gatti, che formano una colonia piuttosto grande, addirittura censita ed alimentata regolarmente. In estate, poi, è sede di teatro, cinema e spettacolo, grazie ad Operaforte. La prima parte del forte che si nota, dopo un ampio prato, è una sorta di circolo spezzato, con i frammenti delle due metà uno di fronte all'altro: quella nord, ancora ben conservata, ora appartiene ai gatti e pare essere usata anche come magazzino, mentre la parte sud è più diroccata ma presenta degli elementi architettonici molto interessanti. Le pareti, ricoperte dall'edera, donano ancora una sensazione di grande solidità, gli archi di eleganza, così come i volti in mattoni all'interno. Altre strutture sono presenti più a est, con un sistema di camere e volti immersi nell'oscurità, quasi labirintici. Intorno alla struttura c'è un gran fossato, ormai invaso dalla vegetazione, che separa il forte dalla moderna caserma, ma un più piccolo fossato corre lungo gli edifici centrali: tra i due, una spianata e un gran terrapieno, che creano una sorta di arena.
Dal forte si possono vedere tutte le montagne veronesi, a ovest il Baldo, poi i Lessini e quindi il Carega, niente male come vista! Il Brigante Falasco si rattrista per tutto ciò che il forte ha dovuto passare, ma rimane speranzoso per il suo parziale recupero, grazie alle attività organizzate da Operaforte (e prima della cooperativa sociale Verona Territorio). Speriamo che venga valorizzato sempre più!

Il Brigante Falasco ha letto quintalate di informazioni sul forte, sulla sua struttura ecc… se siete interessati leggetele qua!

http://www.ifortiassociazione.com/index8.html
http://www.fortificazioni.net/prima_cerchia/santa_caterina.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_Santa_Caterina_%28Verona%29



 Il fossato esterno del forte


La parte che dà verso sud


E quella verso nord


I bellissimi interni del forte


 Interno, luce ed oscurità


Il possente volto del lato sud

giovedì 5 novembre 2015

Cave di Prun

Il Brigante Falasco è un grande avventuriero, si dice che lo stesso Indiana Jones si sia ispirato al famoso brigante della Valpantena per diventare poi quel che è diventato. Questa volta il Brigante si è inoltrato negli oscuri cunicoli della terra, nelle tenebrose e misteriose cave di Prun.
Dove esse siano in molti lo sanno, ma quanti hanno avuto il coraggio di entrare nelle viscere del monte dove sono state scavate? Prun si trova nell'alta valle di Negrar, nel fianco orientale del monte Noroni, un piccolo ed antico paesino costruito quasi interamente in pietra, la stessa pietra estratta dalle numerose cave che seguono il fianco della montagna e che è servita a costruire molti altri paesini della Valpolicella e dei Lessini, come Fane, Cerna, Vaggimal, Molina, Breonio e molti altri, ma anche antichi castellieri sui Lessini dall'età del Ferro.
Fonti storiche indicano che le pendici del monte sono state sfruttate già all'inizio del XIII secolo, per continuare per secoli fino alla metà del XX secolo, quando le cave a cave a cielo aperto hanno sostituito quelle sotterranee, lasciando a noi chilometri e chilometri di tunnel suggestivi avvolti nell'oscurità. La pietra di Prun, un lastame della Scaglia Rossa Veneta, di colore rosato, è servita anche per la costruzione di monumenti a Verona e in altre città della Pianura Padana.
Il Brigante Falasco conosce bene le cave, ha passato molto tempo a vagare tra i cunicoli, godendo del silenzio e della sensazione magica che questi posti sanno dare, un po' come le Miniere di Moria del Signore degli Anelli o misteriose cattedrali scavate nella roccia. Gli scavatori del passato aprivano le gallerie sul fianco della montagna e quando si inoltravano nella terra erano costretti a lasciare pilastri naturali per evitare il crollo dei tunnel, ed è per questo che questi luoghi assomigliano vagamente alle Miniere di Moria. Entrarci è un gioco da ragazzi, ma bisogna fare comunque attenzione, non si sa mai che un'enorme scaglia di pietra si stacchi dal soffitto, e mettere male un piede su tutto quel pietrume non è da escludere.
Le cave sono ovunque, in bella vista sulla strada e nascoste nella foresta, basta cercare e si trovano! Indossate anche i voi i panni dell'esploratore e magari un giorno sarete pure degni di entrare nella banda del Brigante Falasco!

Il Brigante Falasco non le sapeva tutte queste cose, le preziose informazioni provengono da:

http://www.prun.it/
https://museosantannadalfaedo.wordpress.com/territorio/cave-di-prun/



L'entrata ad una delle cave


 Dopo pochi metri l'oscurità avvolge il Brigante Falasco


 L'entrata della cava


Scaglie di pietra si staccano dal soffitto della cava


L'entrata di un'altra cava nascosta nel bosco

sabato 31 ottobre 2015

Sanatorio La Grola

Aaah la Valpolicella! Il vino, le ville, le dolci colline, le cave di pietra, i malati di tubercolosi… eh?? I malati di tubercolosi? Certo, il Brigante Falasco ne ha le prove! In Valpolicella andava anche chi era malato di tubercolosi.
Il Brigante Falasco nel suo antichissimo passato non ha mai avuto problemi di questo tipo, sempre sano come un pesce lui, ma è comunque venuto a conoscenza del sanatorio La Grola, che accoglieva appunto i malati di tubercolosi. Ma con un nome così poteva funzionare? Non è che portava un po' sfortuna? Mah…
Scovare il sanatorio non è facilissimo, si trova in una collinetta dietro a Sant'Ambrogio di Valpolicella, chiamata - ovviamente - La Grola, e se non si conosce bene la strada non la si trova immediatamente. Il Brigante Falasco si è fatto un giro de l'ostrega per trovarla, ma almeno si è goduto il panorama dalla collinetta, visitando l'antica chiesetta di San Zenetto e camminando tra i vigneti. Tutto d'un tratto, tra la fitta vegetazione di un boschetto, è sbucato il sanatorio, ma anche per entrarci non è stato facile e ha dovuto circumnavigare il pianeta per trovare un'entrata.
Al principio, il Brigante Falasco si è trovato di fronte a delle case abbandonate, probabilmente delle case per i lavoratori del sanatorio, o forse degli abitanti della località, che includevano anche una piccola chiesetta: il tutto è messo abbastanza maluccio, peccato, potrebbero essere delle villette niente male, con un panorama invidiabile.
Individuato il passaggio per il sanatorio, bisogna attraversare il boschetto selvaggio, composto da piante decisamente alte e una vegetazione fitta, si affianca un vecchio forno con tanto di ciminiera (chissà a cosa serviva) ed infine, appena sbucati dal bosco, ci si trova di fronte all'imponente palazzo del sanatorio. L'edificio è impressionante, possente, costruito in un semplice stile liberty ed ancora in buone condizioni, almeno per quanto riguarda gli esterni. Nelle due colonne dell'entrata si notano due stemmi rappresentanti le scale degli Scaligeri, mentre a fianco fa bella mostra di se una placca che specifica che il sanatorio è "sorto per concorde tenacia dell'amministrazione provinciale e consacrato alle auguste giovinezze dei principi di Piemonte", datata 28 ottobre 1931. Il Brigante Falasco e la sua banda hanno proseguito nell'esplorazione del sanatorio, ben sapendo che non sono di certo tra i primi visitatori del grande palazzo, le piccole sfere per giocare a softair sono disseminate ovunque sul pavimento e le pareti sono imbrattate da scritte e disegni più o meno artistici, anzi, direi che si potrebbe fare a gara per premiare quello più brutto… Inoltre, nel sanatorio è stato addirittura girato un video di una rock band veronese.
All'interno notiamo subito il primo oggetto inconsueto della giornata, una cesta per bambini posizionata proprio nel salone d'ingresso, cosa ci faccia li è un mistero. Il palazzo è composto di molte stanze, grandi, luminose ed aerate, c'è persino la presenza di un piccolo teatrino e di un ascensore, ormai ridotto a un mucchio di ferrame, che collegava i tre piani dell'edificio. Il Brigante è subito attratto dai sotterranei, oscuri e sinistri, sono in condizioni abbastanza disastrate, con infiltrazioni d'acqua e rottami ovunque, ma la sua attenzione è attirata da una stanza nella quale si imbatte in un pavimento coperto da miriadi di piccole lettere di metallo e una branda di ferro: ecco, la stanza degli orrori! Mmm troppi film…
Facendo il giro dei sotterranei si esce dall'altro lato del sanatorio, e voilà, agli occhi della banda si presenta una bella strada asfaltata che porta direttamente all'entrata! Arrivare al sanatorio non è poi così difficile… Il giro prosegue nei piani superiori del sanatorio, sempre spogli ed eleganti, con grandi terrazzi sostenuti da colonne in pietra di Prun, dai quali si può ammirare il bel paesaggio sulla Valpolicella, interrotto di tanto in tanto dalla punta dei pini.
Riguardo alla storia del luogo, il sanatorio è stato istituito nel 1919 come sezione staccata del sanatorio popolare di Ponton e assisteva solo persone di sesso femminile provenienti dai ceti medio bassi.
Il sanatorio La Grola è dichiarato conquistato, un altro luogo dimenticato e meritevole di essere conosciuto, almeno per la bellezza del paesaggio che lo circonda: di sentieri intorno al sito ce ne sono a valangate, una bella passeggiata in Valpolicella non fa mai male!

Il Brigante Falasco è riuscito ad estrapolare le informazioni sul sanatorio su internet, da questi siti:

https://polveresupellicola.wordpress.com/2014/07/18/sanatorio-della-grola/
http://www.linthout.it/grola.html


 La fornace del sanatorio


Oggetti inconsueti


Il "lettino delle torture"


 Gli ampi saloni con i graffiti di dubbio gusto


Eh, che panorama...


 L'entrata


 Horror movie